Splendida intervista realizzata dall'amica Agnese Ligossi all'artista: Veronica Marchi.
Molto nota nella natia Verona (ma non solo, vedi ad esempio la recensione su Ondarock, Veronica Marchi si rivela presto essere qualcosa di più di una semplice cantautrice: basta solo leggere la biografia sul suo myspace per scoprire una miriade di collaborazioni, b-side projects e attività "collaterali" alla carriera di musicista.
L'abbiamo incontrata in un grigio giovedì in modo decisamente informale in un locale dove lei aveva già suonato poco tempo prima, con l'intenzione di approfondire qualcuno di questi aspetti ma la conversazione ha riservato anche qualche interessante digressione sul mondo discografico e sulla scena musicale "minore", in particolar modo veronese.
Once upon a time - Il percorso musicale
Alla domanda se esiste un momento specifico in cui ha capito che questa era la sua unica strada possibile, Veronica risponde che, cominciando a suonare il pianoforte a quattro anni e a comporre a nove, la musica per lei è sempre stata di casa e che fare la musicista di professione è, in qualche modo, il risultato di un processo naturale lungo una vita.
A dodici anni decide di imbracciare la chitarra e qualche anno dopo inizia a seguire corsi di canto (una breve parentesi di lirica, poi jazz e infine canto pop-musica leggera, col metodo che usa tuttora con i suoi allievi al CSM di Verona).
Forse l'unica differenza tra un prima e un dopo la si può trovare nell'entrata nel mondo discografico: la ricerca di un produttore, la pubblicazione e promozione dei dischi, il dover sempre "dimostrare qualcosa" rendono il suo scrivere canzoni qualcosa di più che un semplice esprimersi, lo trasformano in un lavoro vero e proprio che richiede impegno totale e costante e continui investimenti di finanze e idee.
La visione della cantautrice riguardo la discografia non è troppo positiva. Pur facendone parte (o proprio per questo), ne sottolinea l'ottusità verso le espressioni musicali più innovative e diverse e l'interesse per il mero guadagno facile, preferendo un primo disco "esplosivo" alla possibilità di crescita di un artista.
Porta l'esempio del mondo delle cantautrici: quasi nessuno investe su di loro, anche se sono molto apprezzate dal pubblico e i live sono seguitissimi, perché ormai la formula discografica è "cd=vendita=guadagno", invece che allargare gli orizzonti e vedere nei concerti un'altra forma di investimento.
A questo punto, ben vengano quindi i mezzi di diffusione e vendita informatici (Facebook, Myspace, iTunes) i quali, eliminando gli intermediari (cioè coloro che li accusano di "uccidere la musica"), avvicinano gli artisti al loro pubblico e permettono agli uni di guadagnare e agli altri di fruire della musica in modo decisamente più economico.
I Maryposh
Conoscendo la Veronica Marchi cantautrice, imbattersi nei Maryposh fa un certo effetto. Lei stessa confessa che, prima di iniziare a collaborare con loro, l'idea di un gruppo rock a tutti gli effetti non l'aveva nemmeno sfiorata (anche se poi l'esperienza avrà ripercussioni positive sul suo modo di scrivere) né era mai stata "semplice" cantante senza influire sulla scrittura, come invece si è ritrovata ad essere dal 2006 ad oggi.
Considerarlo un semplice side-project, quindi, non sarebbe corretto, anche perché la produzione dell'ultimo cd da parte di Giusi Passalacqua (Afterhours, Twilight Singers) e la collaborazione con John Bonnar dei Dead Can Dance fa ben sperare per il futuro di quest'interessante band veronese.
Collaborazioni e progetti
I Maryposh non sono gli unici artisti con cui la Marchi ha collaborato. Tra gli altri, è da ricordare il suo contributo vocale in "Island Life" (contenuta nella compilation "Tales", 2005) dei Kunfufunk, poliedrica band in bilico tra elettronica, jazz e funk scioltasi qualche anno fa - un'esperienza che lei definisce decisamente insolita, non avendo mai cantato su una base né avendo mai avuto a che fare con l'elettronica.
Più delle collaborazioni singole, però, sono interessanti i progetti "monografici" su due mostri sacri della musica di tutti i tempi. Il primo riguarda Jeff Buckley, con alcuni suoi pezzi riarrangiati per pianoforte e voce dalla stessa Veronica Marchi e intervallati da brani recitati tratti dalla sua biografia.
L'altro, quello che la cantautrice sta portando avanti proprio in questo periodo, è basato su Leonard Cohen e alcuni dei suoi pezzi più recenti e poco conosciuti, riarrangiati per chitarra, voce e violino.
La particolarità - e la difficoltà - sta nel proporli con testi in italiano, tradotti da Fabio Poltronieri apposta per l'occasione. Purtroppo non posso fare una critica riguardo il risultato, dato che non ho ancora visto lo spettacolo; pur essendo piuttosto scettica riguardo le traduzioni in generale (ed anche abbastanza esterofila, lo ammetto), le argomentazioni di Veronica a favore di un rilancio della lingua italiana come lingua musicale e poetica mi hanno messo la classica pulce nell'orecchio.
Pensando poi a come De Andrè ha reso in italiano la famosissima "Suzanne"...
Majakovskij
A fianco delle attività strettamente musicali, Veronica Marchi ha iniziato da poco una collaborazione come direttore artistico col nuovissimo (aperto da dicembre) circolo culturale Majakovskij, vicino al centro di Verona.
Il fine è quello di promuovere nuovi artisti di Verona (ma non solo) al di fuori del solito giro - impresa titanica in una città dove l'interesse medio non va al di là delle cover band. Fortunatamente, per ora la risposta del pubblico è stata positiva e c'è da immaginarsi che lo sarà anche in futuro (o almeno ce lo auguriamo davvero, noi che viviamo nei paraggi).
And last but not least...
Nel futuro prossimo della Veronica Marchi cantautrice c'è un altro album ma, dichiara, stavolta lavorerà con calma, prendendosi il tempo necessario per scrivere le canzoni e fare una scrematura (invece di pubblicare subito il proprio materiale come in passato), dando così all'album una direzione precisa e un suono diverso, più meditato.
Una novità c'è anche nella stesura dei testi: alla domanda cosa venga prima tra le parole e la parte strumentale, infatti, Veronica risponde che ultimamente, invece di comporre tutto contemporaneamente, come suo solito, sta sperimentando l'adattamento di testi già pronti alla musica perché, dice, scrivere di getto lega troppo le parole alla musica mentre hanno una loro musicalità e significato autonomi che vale la pena di sottolineare.
Credo non serva aggiungere altro, per descrivere Veronica Marchi. Passione, tecnica, scrittura, una voce splendida - gli ingredienti per scrivere il "grande disco" che sta cercando ci sono tutti (e i live lo confermano). Non resta che aspettare fiduciosi il prossimo passo. (Intanto potete andare a sentirla all'Emporio Malkovich, a Verona, il 30 aprile col progetto Leonard Cohen, ovviamente).
L'abbiamo incontrata in un grigio giovedì in modo decisamente informale in un locale dove lei aveva già suonato poco tempo prima, con l'intenzione di approfondire qualcuno di questi aspetti ma la conversazione ha riservato anche qualche interessante digressione sul mondo discografico e sulla scena musicale "minore", in particolar modo veronese.
Once upon a time - Il percorso musicale
Alla domanda se esiste un momento specifico in cui ha capito che questa era la sua unica strada possibile, Veronica risponde che, cominciando a suonare il pianoforte a quattro anni e a comporre a nove, la musica per lei è sempre stata di casa e che fare la musicista di professione è, in qualche modo, il risultato di un processo naturale lungo una vita.
A dodici anni decide di imbracciare la chitarra e qualche anno dopo inizia a seguire corsi di canto (una breve parentesi di lirica, poi jazz e infine canto pop-musica leggera, col metodo che usa tuttora con i suoi allievi al CSM di Verona).
Forse l'unica differenza tra un prima e un dopo la si può trovare nell'entrata nel mondo discografico: la ricerca di un produttore, la pubblicazione e promozione dei dischi, il dover sempre "dimostrare qualcosa" rendono il suo scrivere canzoni qualcosa di più che un semplice esprimersi, lo trasformano in un lavoro vero e proprio che richiede impegno totale e costante e continui investimenti di finanze e idee.
La visione della cantautrice riguardo la discografia non è troppo positiva. Pur facendone parte (o proprio per questo), ne sottolinea l'ottusità verso le espressioni musicali più innovative e diverse e l'interesse per il mero guadagno facile, preferendo un primo disco "esplosivo" alla possibilità di crescita di un artista.
Porta l'esempio del mondo delle cantautrici: quasi nessuno investe su di loro, anche se sono molto apprezzate dal pubblico e i live sono seguitissimi, perché ormai la formula discografica è "cd=vendita=guadagno", invece che allargare gli orizzonti e vedere nei concerti un'altra forma di investimento.
A questo punto, ben vengano quindi i mezzi di diffusione e vendita informatici (Facebook, Myspace, iTunes) i quali, eliminando gli intermediari (cioè coloro che li accusano di "uccidere la musica"), avvicinano gli artisti al loro pubblico e permettono agli uni di guadagnare e agli altri di fruire della musica in modo decisamente più economico.
I Maryposh
Conoscendo la Veronica Marchi cantautrice, imbattersi nei Maryposh fa un certo effetto. Lei stessa confessa che, prima di iniziare a collaborare con loro, l'idea di un gruppo rock a tutti gli effetti non l'aveva nemmeno sfiorata (anche se poi l'esperienza avrà ripercussioni positive sul suo modo di scrivere) né era mai stata "semplice" cantante senza influire sulla scrittura, come invece si è ritrovata ad essere dal 2006 ad oggi.
Considerarlo un semplice side-project, quindi, non sarebbe corretto, anche perché la produzione dell'ultimo cd da parte di Giusi Passalacqua (Afterhours, Twilight Singers) e la collaborazione con John Bonnar dei Dead Can Dance fa ben sperare per il futuro di quest'interessante band veronese.
Collaborazioni e progetti
I Maryposh non sono gli unici artisti con cui la Marchi ha collaborato. Tra gli altri, è da ricordare il suo contributo vocale in "Island Life" (contenuta nella compilation "Tales", 2005) dei Kunfufunk, poliedrica band in bilico tra elettronica, jazz e funk scioltasi qualche anno fa - un'esperienza che lei definisce decisamente insolita, non avendo mai cantato su una base né avendo mai avuto a che fare con l'elettronica.
Più delle collaborazioni singole, però, sono interessanti i progetti "monografici" su due mostri sacri della musica di tutti i tempi. Il primo riguarda Jeff Buckley, con alcuni suoi pezzi riarrangiati per pianoforte e voce dalla stessa Veronica Marchi e intervallati da brani recitati tratti dalla sua biografia.
L'altro, quello che la cantautrice sta portando avanti proprio in questo periodo, è basato su Leonard Cohen e alcuni dei suoi pezzi più recenti e poco conosciuti, riarrangiati per chitarra, voce e violino.
La particolarità - e la difficoltà - sta nel proporli con testi in italiano, tradotti da Fabio Poltronieri apposta per l'occasione. Purtroppo non posso fare una critica riguardo il risultato, dato che non ho ancora visto lo spettacolo; pur essendo piuttosto scettica riguardo le traduzioni in generale (ed anche abbastanza esterofila, lo ammetto), le argomentazioni di Veronica a favore di un rilancio della lingua italiana come lingua musicale e poetica mi hanno messo la classica pulce nell'orecchio.
Pensando poi a come De Andrè ha reso in italiano la famosissima "Suzanne"...
Majakovskij
A fianco delle attività strettamente musicali, Veronica Marchi ha iniziato da poco una collaborazione come direttore artistico col nuovissimo (aperto da dicembre) circolo culturale Majakovskij, vicino al centro di Verona.
Il fine è quello di promuovere nuovi artisti di Verona (ma non solo) al di fuori del solito giro - impresa titanica in una città dove l'interesse medio non va al di là delle cover band. Fortunatamente, per ora la risposta del pubblico è stata positiva e c'è da immaginarsi che lo sarà anche in futuro (o almeno ce lo auguriamo davvero, noi che viviamo nei paraggi).
And last but not least...
Nel futuro prossimo della Veronica Marchi cantautrice c'è un altro album ma, dichiara, stavolta lavorerà con calma, prendendosi il tempo necessario per scrivere le canzoni e fare una scrematura (invece di pubblicare subito il proprio materiale come in passato), dando così all'album una direzione precisa e un suono diverso, più meditato.
Una novità c'è anche nella stesura dei testi: alla domanda cosa venga prima tra le parole e la parte strumentale, infatti, Veronica risponde che ultimamente, invece di comporre tutto contemporaneamente, come suo solito, sta sperimentando l'adattamento di testi già pronti alla musica perché, dice, scrivere di getto lega troppo le parole alla musica mentre hanno una loro musicalità e significato autonomi che vale la pena di sottolineare.
Credo non serva aggiungere altro, per descrivere Veronica Marchi. Passione, tecnica, scrittura, una voce splendida - gli ingredienti per scrivere il "grande disco" che sta cercando ci sono tutti (e i live lo confermano). Non resta che aspettare fiduciosi il prossimo passo. (Intanto potete andare a sentirla all'Emporio Malkovich, a Verona, il 30 aprile col progetto Leonard Cohen, ovviamente).


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