Testo di Silvia Angeli.
Perché Mamma Mia? Non è certo un gran film.
Non ho visto il musical (che approda or ora in Italia: esordio il 26 febbriao a MI, al teatro degli Arcimboldi) quindi non posso esprimermi sulla trasposizione, ma non penso sia questo il punto. Il cast è ottimo. Ergo, le premesse buone...
Meryl Streep non perde nulla nemmeno in una parte come questa, anzi, riesce a illuminare lei e gli altri, che risplendono, almeno un pochino, se non altro di luce riflessa. Qual è stata la carta vincente del film allora? Si può certo giocare sull'ambientazione ad hoc sull'irresistibile isoletta greca, o sulle good vibes che il film trasmette, o l'insieme del tutto.
Ma facciamo un passo indietro. Perché questo era un musical. Voluto dagli Abba. Io, nata nel 1985, al massimo avevo sentito l'orecchiabile "Mamma Mia" o "Dancing Queen". Ma di scegliere queste canzoni per una festa - dove certo passa ben peggio - non mi sarebbe passato nemmeno dall'anticamera del cervello.
Eppure ora, adulta, mi trovo ad ascoltarle ripetutamente. Alcune sì, è vero, perché in fondo mettono allegria e buon umore. Altre perché esprimono invece, in quella che sembra una semplicità e una superficialità totale, verità irrecusabili.
E tracciano linee nel tempo e tra le persone. E proprio da questo ho cominciato a riflettere, comparare e capire molte cose. Non parto da "Mamma Mia" (il cui testo, comunque, rimane a un livello superiore rispetto a tante inconsistenze di oggi), ma dalla mia preferita, "The winner Takes It All".
La prima volta che l'ho sentita ho vagamente intuito che poteva esserci un di più in quella che sembrava una canzone alla Celine Dion, ma solo quando ho letto le parole sono rimasta di sasso. Innanzitutto per la semplicità e insieme difficile digeribilità del messaggio, così facilmente sintetizzabile nel titolo, ma altrettanto immediatamente declinabile in mille forme.
Poi per la modernità delle parole. Consideriamo l'intermezzo: Tell me does she kiss like I used to kiss you? Does it feel the same, when she calls your name? [...] A parte la totale immedesimazione che una donna mai stata innamorata nella sua vita è praticamente costretta a provare e al brivido che, al constatare ciò, pare percorrerci da capo a piedi e darci una scossa elettrica risultante in una sorta di dolore fisico, mi salta in mente un collegamento apparentemente folle, ma che poi così folle non è, anzi.
Damien Rice, "Accidental Babies", album 9. La sequenza di domande strazianti all'amato e la speranza che, nonostante tutto, fa capolino, ci sono anche lì, pressoché identiche. E ciò mi permette di considerare il tutto in una nuova luce. Sia gli Abba che Damien Rice. E perciò, magari, andate a dare un'occhiata anche ai testi di "Slippin' Through My Fingers" o "Chiquitita".
I colpi di sonda affondati nella mente sono tutt'altro che sottofondo di sgronocchiamento di pop corn e candies. C'è un dolore profondo e umano, l'accettazione per quello che non si può cambiare nonostante ogni sforzo e nonostanste se stessi, l'amarezza per ciò che ci si è lasciato sfuggire. Ogni sfumatura dell'essere, insomma.
Ma nessuna recriminazione. Il tutto molto contenuto, elegante, delicato. Persino premuroso. E i debiti dei contemporanei sono veramente tanti, a volte appunto insospettabili. Magari sto parlando per niente, perché in molti sono quelli che amano gli Abba e sono cresciuti con loro e anzi considerano il film come una bassa operazione commerciale.
Bene, se così fosse, parlo allora ai miei coetanei, che proprio grazie a questa operazione bassa e commerciale hanno avuto la possibilità di scoprire qualcosa di inaspettato, di lasciarsi dietro lo snobismo o l'incuranza per immergersi nel nuovo che suona familiare e "soothing". Orazio definiva così, con una sorta di ossimoro, la donna amata: "simplex munditiis".
In fondo è un po' la stessa cosa: siamo sempre forse troppo eccessivamente riduttivi verso ciò a un primo ascolto ci appara "facile" e non cogliamo il grande lavoro che c'è dietro, lavoro e fatica e impegno che sono invece direttamente proporzionali alla semplicità, all'onestà, alla schiettezza della musica. E al suo valore ed eleganza.
Ma facciamo un passo indietro. Perché questo era un musical. Voluto dagli Abba. Io, nata nel 1985, al massimo avevo sentito l'orecchiabile "Mamma Mia" o "Dancing Queen". Ma di scegliere queste canzoni per una festa - dove certo passa ben peggio - non mi sarebbe passato nemmeno dall'anticamera del cervello.
Eppure ora, adulta, mi trovo ad ascoltarle ripetutamente. Alcune sì, è vero, perché in fondo mettono allegria e buon umore. Altre perché esprimono invece, in quella che sembra una semplicità e una superficialità totale, verità irrecusabili.
E tracciano linee nel tempo e tra le persone. E proprio da questo ho cominciato a riflettere, comparare e capire molte cose. Non parto da "Mamma Mia" (il cui testo, comunque, rimane a un livello superiore rispetto a tante inconsistenze di oggi), ma dalla mia preferita, "The winner Takes It All".
La prima volta che l'ho sentita ho vagamente intuito che poteva esserci un di più in quella che sembrava una canzone alla Celine Dion, ma solo quando ho letto le parole sono rimasta di sasso. Innanzitutto per la semplicità e insieme difficile digeribilità del messaggio, così facilmente sintetizzabile nel titolo, ma altrettanto immediatamente declinabile in mille forme.
Poi per la modernità delle parole. Consideriamo l'intermezzo: Tell me does she kiss like I used to kiss you? Does it feel the same, when she calls your name? [...] A parte la totale immedesimazione che una donna mai stata innamorata nella sua vita è praticamente costretta a provare e al brivido che, al constatare ciò, pare percorrerci da capo a piedi e darci una scossa elettrica risultante in una sorta di dolore fisico, mi salta in mente un collegamento apparentemente folle, ma che poi così folle non è, anzi.
Damien Rice, "Accidental Babies", album 9. La sequenza di domande strazianti all'amato e la speranza che, nonostante tutto, fa capolino, ci sono anche lì, pressoché identiche. E ciò mi permette di considerare il tutto in una nuova luce. Sia gli Abba che Damien Rice. E perciò, magari, andate a dare un'occhiata anche ai testi di "Slippin' Through My Fingers" o "Chiquitita".
I colpi di sonda affondati nella mente sono tutt'altro che sottofondo di sgronocchiamento di pop corn e candies. C'è un dolore profondo e umano, l'accettazione per quello che non si può cambiare nonostante ogni sforzo e nonostanste se stessi, l'amarezza per ciò che ci si è lasciato sfuggire. Ogni sfumatura dell'essere, insomma.
Ma nessuna recriminazione. Il tutto molto contenuto, elegante, delicato. Persino premuroso. E i debiti dei contemporanei sono veramente tanti, a volte appunto insospettabili. Magari sto parlando per niente, perché in molti sono quelli che amano gli Abba e sono cresciuti con loro e anzi considerano il film come una bassa operazione commerciale.
Bene, se così fosse, parlo allora ai miei coetanei, che proprio grazie a questa operazione bassa e commerciale hanno avuto la possibilità di scoprire qualcosa di inaspettato, di lasciarsi dietro lo snobismo o l'incuranza per immergersi nel nuovo che suona familiare e "soothing". Orazio definiva così, con una sorta di ossimoro, la donna amata: "simplex munditiis".
In fondo è un po' la stessa cosa: siamo sempre forse troppo eccessivamente riduttivi verso ciò a un primo ascolto ci appara "facile" e non cogliamo il grande lavoro che c'è dietro, lavoro e fatica e impegno che sono invece direttamente proporzionali alla semplicità, all'onestà, alla schiettezza della musica. E al suo valore ed eleganza.


"Le cose sono quasi sempre semplici."
(Sciascia, "Candido")
È una frase che si addice agli Abba - semplici ma, in fondo, non troppo.
È il pop come dovrebbe essere: divertente, leggero e non superficiale. Non avendo molti riscontri attuali, ci tocca scavare negli anni passati... con gradite sorprese, per fortuna. :)