Riporto con piacere il racconto di un'amica, Silvia, e del suo incontro con l'artista Jaymay.
"Jaymay - A guy just couldn\'t have written that song...
Ricordo perfettamente la prima volta che vidi Jaymay. "Jaymay - A guy just couldn\'t have written that song...
Era il 17 luglio 2007, doveva aprire per i Bright Eyes a Ferrara, per il Festival "Sotto le stelle"...
In tanti anni di concerti, la mia attenzione per gli artisti di supporto è andata via via scemando, sostituita da noia, impazienza e anche un certo fastidio. In fondo è per il gruppo a seguire che ho comprato il biglietto.
Il concerto dei Bright Eyes non faceva eccezione: mi approcciavo alla serata pronta a sfoderare anche qualche sbadiglio all'occasione giusta, quando avrei avuto l'impressione che il supporto avesse tentato in ogni modo di dare spettacolo, tenendosi a stento a galla o sprofondando addirittura nel cattivo gusto.
Ho visto salire una ragazza minuta su un palco già in gran parte pronto per quello che si annunciava un ottimo concerto - fiori, decorazioni, uno spazio per la mini-orchestra, tutti elementi necessari per una perfetta promozione di "Cassadaga".
Quasi nascosta dietro la sua chitarra acustica, si è avvicinata cauta al microfono. Ricordo la sua maglia rossa, ricordo il suo imbarazzo, non forzato e non cercato, nel presentarsi "Hello everybody. My name's Jaymay and I will be opening for Bright Eyes tonight".
Ricordo la sua capacità nel farci sentire partecipi, come se fosse una serata ugualmente importante per lei e per noi. Partono le prime note. E' lei, sola, nuda su quel palco. Una voce limpidissima accompagnata dalla sola chitarra. Lo scetticismo rimane, ma per poco.
Comincio a sentire qualcosa in più, qualcosa che va oltre, qualcosa che mi fa sentire meglio. Distinguo le parole. Mi accendo alla loro forza, che scarta la brutalità lasciandomi comunque intontita. Piazza Castello si riempie. Lei procede imperterrita, inconsapevole di quello che sta suscitando in me, e forse in molte persone nel pubblico.
Alla terza o quarta canzone ha la mia totale attenzione, pendo dalle sue labbra, ansiosa di sapere quale sarà la sua prossima mossa, quali saranno le sue prossime parole, quali ingegnosi paradossi ed ossimori mi impegneranno nella decifrazione mentre la melodia rimane a cullarmi. Man mano che si prosegue, anche lei si rilassa.
Racconta aneddoti riferiti alle canzoni, al suo anno vissuto in Italia studiando arte, cerca un contatto col pubblico ma senza mai scadere nel "a tutti costi". Conclude con "You're the only one I love", coinvolgendo il pubblico nel ritornello, quasi incredula dall'essere riuscita a conquistare la piazza.
Al termine dell'esibizione sono convinta di aver trovato una gemma rara. E ne sono quanto più felice. Perché di lei non sapevo nulla, perché la musica stasera mi ha fatto un enorme regalo, perché ho fiutato l'onestà e l'umanità che traspirava da quelle canzoni e ne sono profondamente grata.
Non è facile essere una donna sul palco. Sola. Non è facile fare leva sulle parole, sui testi, più che su un motivetto orecchiabile. Niente è gratuito nella pura semplicità. Niente è facile o immediato, pur essendo profondamente coinvolgente. Ricordo di averla cercata il giorno dopo su myspace e di averle scritto e di averla ringraziata. Lei mi ha risposto gentilissima.
Vivendo per un po' in Inghilterra -dove lei si è trasferita da NY per promuover i suo album "Autumn Fallin'-, ho avuto occasione di rincontrarla diverse volte e di poter parlare con lei di tutto - dall'arte alla letteratura, volontariamente esulando dalla musica e per poi ritornare sempre sul tema.
In lei ho trovato una perfetta coincidenza con le sue canzoni: l'onestà che viene prima di tutto e tutti, l'amarezza per le storie finite male, l'umanità di chi sa che esiste un di più e lo vuole cercare. E, dal punto di vista musicale, l'ascendenza di Bob Dylan, di cui conosce ogni singola canzone, e a mio parere di una musica che non si fa più e che è difficile trovare negli artisti contemporanei.
"Autumn Fallin" è un ottimo album. A conferma dell'accuratezza delle parole, del gusto dolce-amaro che lasciano in bocca e dei semi pronti a germinare che rimangono nel petto e nel cervello, basti ascoltare tracce come "Gray or Blue" - ormai senz'altro la sua hit, se di hit si può parlare-, e a mio parere soprattutto "You'd rather run".
Non si tratta di testi facili. E alcuni potrebbero trovare un valzer di quasi dieci minuti decisamente noioso. Ancora una volta ci si ritrova nell'inestricabile giungla dei diversi gusti musicali, delle priorità accordate, della necessità per cui si cerca qualcosa di nuovo e della motivazione per la quale si è convinti di aver trovato qualcosa che vale la pena di tenere.
Io ho avuto la fortuna di trovare tutto ciò. Spesso si tratta di tempi, coincidenze, umori. Ma ancor più spesso c'è un valore imprescindibile ed innegabile che sta alla base di tutto. Perché, in questo repertorio che si allarga ogni giorno, sono certa non ci sia una frase in cui nessuno possa affermare di non riconoscersi.
C'è chi sa scriverle e tradurle in arte e chi, se non altro, riceve il dono di poterle ascoltare. E io per questo, non mi stancherò mai di ripeterlo, sono profondamente grata". Silvia.
Il concerto dei Bright Eyes non faceva eccezione: mi approcciavo alla serata pronta a sfoderare anche qualche sbadiglio all'occasione giusta, quando avrei avuto l'impressione che il supporto avesse tentato in ogni modo di dare spettacolo, tenendosi a stento a galla o sprofondando addirittura nel cattivo gusto.
Ho visto salire una ragazza minuta su un palco già in gran parte pronto per quello che si annunciava un ottimo concerto - fiori, decorazioni, uno spazio per la mini-orchestra, tutti elementi necessari per una perfetta promozione di "Cassadaga".
Quasi nascosta dietro la sua chitarra acustica, si è avvicinata cauta al microfono. Ricordo la sua maglia rossa, ricordo il suo imbarazzo, non forzato e non cercato, nel presentarsi "Hello everybody. My name's Jaymay and I will be opening for Bright Eyes tonight".
Ricordo la sua capacità nel farci sentire partecipi, come se fosse una serata ugualmente importante per lei e per noi. Partono le prime note. E' lei, sola, nuda su quel palco. Una voce limpidissima accompagnata dalla sola chitarra. Lo scetticismo rimane, ma per poco.
Comincio a sentire qualcosa in più, qualcosa che va oltre, qualcosa che mi fa sentire meglio. Distinguo le parole. Mi accendo alla loro forza, che scarta la brutalità lasciandomi comunque intontita. Piazza Castello si riempie. Lei procede imperterrita, inconsapevole di quello che sta suscitando in me, e forse in molte persone nel pubblico.
Alla terza o quarta canzone ha la mia totale attenzione, pendo dalle sue labbra, ansiosa di sapere quale sarà la sua prossima mossa, quali saranno le sue prossime parole, quali ingegnosi paradossi ed ossimori mi impegneranno nella decifrazione mentre la melodia rimane a cullarmi. Man mano che si prosegue, anche lei si rilassa.
Racconta aneddoti riferiti alle canzoni, al suo anno vissuto in Italia studiando arte, cerca un contatto col pubblico ma senza mai scadere nel "a tutti costi". Conclude con "You're the only one I love", coinvolgendo il pubblico nel ritornello, quasi incredula dall'essere riuscita a conquistare la piazza.
Al termine dell'esibizione sono convinta di aver trovato una gemma rara. E ne sono quanto più felice. Perché di lei non sapevo nulla, perché la musica stasera mi ha fatto un enorme regalo, perché ho fiutato l'onestà e l'umanità che traspirava da quelle canzoni e ne sono profondamente grata.
Non è facile essere una donna sul palco. Sola. Non è facile fare leva sulle parole, sui testi, più che su un motivetto orecchiabile. Niente è gratuito nella pura semplicità. Niente è facile o immediato, pur essendo profondamente coinvolgente. Ricordo di averla cercata il giorno dopo su myspace e di averle scritto e di averla ringraziata. Lei mi ha risposto gentilissima.
Vivendo per un po' in Inghilterra -dove lei si è trasferita da NY per promuover i suo album "Autumn Fallin'-, ho avuto occasione di rincontrarla diverse volte e di poter parlare con lei di tutto - dall'arte alla letteratura, volontariamente esulando dalla musica e per poi ritornare sempre sul tema.
In lei ho trovato una perfetta coincidenza con le sue canzoni: l'onestà che viene prima di tutto e tutti, l'amarezza per le storie finite male, l'umanità di chi sa che esiste un di più e lo vuole cercare. E, dal punto di vista musicale, l'ascendenza di Bob Dylan, di cui conosce ogni singola canzone, e a mio parere di una musica che non si fa più e che è difficile trovare negli artisti contemporanei.
"Autumn Fallin" è un ottimo album. A conferma dell'accuratezza delle parole, del gusto dolce-amaro che lasciano in bocca e dei semi pronti a germinare che rimangono nel petto e nel cervello, basti ascoltare tracce come "Gray or Blue" - ormai senz'altro la sua hit, se di hit si può parlare-, e a mio parere soprattutto "You'd rather run".
Non si tratta di testi facili. E alcuni potrebbero trovare un valzer di quasi dieci minuti decisamente noioso. Ancora una volta ci si ritrova nell'inestricabile giungla dei diversi gusti musicali, delle priorità accordate, della necessità per cui si cerca qualcosa di nuovo e della motivazione per la quale si è convinti di aver trovato qualcosa che vale la pena di tenere.
Io ho avuto la fortuna di trovare tutto ciò. Spesso si tratta di tempi, coincidenze, umori. Ma ancor più spesso c'è un valore imprescindibile ed innegabile che sta alla base di tutto. Perché, in questo repertorio che si allarga ogni giorno, sono certa non ci sia una frase in cui nessuno possa affermare di non riconoscersi.
C'è chi sa scriverle e tradurle in arte e chi, se non altro, riceve il dono di poterle ascoltare. E io per questo, non mi stancherò mai di ripeterlo, sono profondamente grata". Silvia.


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